Psicologia infantile: il gioco come strumento di rappresentazione

Psicologia infantile: il gioco come chiave di accesso

Il gioco, nell’intera opera di Melanie Klein, non risulta essere unicamente uno strumento utilizzato nell’ambito della terapia analitica da lei condotta con bambini, è infatti anche il mezzo che le ha permesso di progredire e produrre ipotesi, sistematicamente verificate in ambito clinico e di ampio valore teorico. È infatti utile, per chiarire meglio l’uso del gioco da parte dell’autrice, pensarlo come una chiave di accesso alla fantasia, al mondo interno e alle spinte pulsionali. In numerosi scritti, in sostanza in ogni occasione nella quale tale tecnica venga esposta, è ribadito da Klein quanto l’uso di questo strumento rappresenti unicamente un nuovo mezzo, funzionale a ottenere, nelle analisi condotte con bambini, gli stessi risultati ricavabili nel lavoro portato avanti insieme all’adulto. Tale tecnica ha, quindi, il valore di essere stata ideata come una chiave di accesso preferenziale alla psiche del bambino, le interpretazioni elaborate dal terapeuta durante la seduta hanno precisamente il potere di rivelare i significati custoditi nelle fantasie del bambino. Ciò fa emergere quanto lo strumento della libera associazione, condotto sul materiale onirico e le successive interpretazioni a opera del terapeuta, siano esclusivamente un dispositivo di accesso al mondo interno del paziente. L’attenzione va quindi necessariamente posta non tanto sulle caratteristiche degli strumenti, quanto sulla loro proprietà di rivelarsi funzionali a esprimere la dimensione inconscia del paziente e, conseguentemente, sui meccanismi di difesa messi in atto per fronteggiare i conflitti inconsci. Il potere dello strumento, se così si può dire, emerge soltanto nell’abilità del terapeuta, cioè nella sua capacità di cogliere il momento adatto a restituire al paziente, attraverso l’interpretazione, gli elementi rimossi o scissi. Tuttavia, nonostante siano oggi numerosissimi gli strumenti ideati al fine di accedere al mondo interno del paziente e al fine di ottenere un’attendibile diagnosi di personalità (basti pensare ai test diagnostici proiettivi come il Rorschach, il t.a.t, l’o.r.t. o il disegno della figura umana1), esistono elementi connaturati alla tecnica del gioco particolarmente adeguati a renderlo uno strumento unico per il suo valore diagnostico.

Il gioco è relazione

Ciò che è messo in campo nella dimensione della seduta analitica è la dinamicità della relazione col terapeuta, il quale, soprattutto nei giochi simbolici, può essere oggetto di identificazioni messe in atto dal piccolo paziente: il gioco assume quindi un importante valore conoscitivo anche in merito alle dinamiche del transfert, del tutto peculiari nella terapia condotta con il bambino, ma comunque sempre da considerarsi come ricchi strumenti terapeutici. Oltre a questo, dobbiamo ragionare sul perché il gioco abbia tale potere espressivo, per fare ciò è indispensabile esporre quello che è l’elemento cardine attivato da tale attività nel corso delle sedute: il simbolismo. Quando Melanie Klein nel 1930 descrive il caso clinico del piccolo Dick2, un bambino di quattro anni che non parlava, non giocava e non dava apparenti segni di angoscia, il fenomeno a cui ricorre per descrivere lo stato emotivo e il ritardo nello sviluppo relazionale di questo paziente, è l’arresto del simbolismo. «Il suo unico interesse erano i treni, le stazioni, le maniglie e le serrature delle porte»3, la terapia, in questo caso clinico particolarmente ostico, non poteva che consistere nei passi necessari a far emergere gradualmente il processo simbolico.

Strumento di rappresentazione simbolica

Il gioco, le associazioni verbali e tutte le forme di rappresentazione funzionali al conseguimento di un maggiore sviluppo dell’Io, sono infatti gli unici strumenti in grado di far emergere i rapporti simbolici con gli oggetti del mondo interno di Dick. Hanna Segal fa proprio riferimento a questo scritto di Klein, quando descrive, nel saggio Sogno fantasia e arte (1991), il valore del gioco in terapia e i suoi legami con la funzione simbolica. A dare la possibilità di giocare liberamente è lo sviluppo della capacità simbolica, e questo elemento corrisponde a ciò che permette l’espressione della fantasia inconscia4. Facendo riferimento ai contenuti espressi da Freud nell’opera L’interpretazione dei sogni (1899), l’autrice scrive:

I simboli sono quasi del tutto universali; essi possono variare per certi aspetti in diverse culture; sono dati e non formati; infine essi derivano da un passato arcaico5.

Nella tecnica del gioco, e questo si nota soprattutto in pazienti il cui disturbo è collocabile nella sfera psicotica o nel gruppo delle nevrosi particolarmente disabilitanti, non è per nulla ovvio ciò che Segal definisce «il passaggio dall’equazione simbolica alla rappresentazione simbolica»6. La difficoltà individuabile in tale passaggio risulta essere largamente riconducibile alla sperimentazione inconscia, da parte del bambino, di un lutto patologico ma, l’elemento che rende il simbolismo un concetto teorico di primaria importanza nell’opera di Klein e nelle successive chiarificazioni, che fornisce Hanna Segal, è la sua chiara evoluzione in parallelo al percorso che segna il passaggio dalla posizione schizoparanoide alla posizione depressiva7. Risulta ora più chiaro quanto le spinte riparative, che hanno come destinataria la figura materna nel corso della posizione depressiva, siano possibili unicamente attraverso una sufficiente capacità da parte del bambino di rappresentare, nella fantasia, il proprio oggetto primario d’amore e come questo possa avvenire mano a mano che cessa di operare, come meccanismo difensivo, l’identificazione proiettiva, elemento implicitamente correlato ai meccanismi di scissione e proiezione. Ciò si ricollega inoltre all’incapacità da parte di Dick di accedere attraverso il simbolismo nel primo periodo di terapia.

Servono strumenti semplici

Per tornare ad affrontare l’argomento da un punto di vista meno teorico e più applicativo, è utile fare riferimento a un altro scritto di Klein, La tecnica del gioco in età precoce (1932), nel quale l’autrice sottolinea quanto frequentemente i bambini portino con sé in seduta i loro giocattoli (tuttavia ogni bambino deve poter avere a disposizione nello studio: carta, matite colorate, temperini, forbici, filo, pezzetti di legno e spago8). Risiede proprio nella semplicità di questi strumenti di gioco la possibilità da parte del bambino di servirsene per gli usi più svariati, permettendogli quindi fornire all’analista, come contenuti su cui lavorare, «un’estesa gamma di giochi rappresentativi»9.

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Bibliografia

1 Il Rorschach Test è così chiamato dal nome del suo ideatore  Hermann Rorschach, il suo utilizzo come test psicodiagnostico risale al 1921; la forma definitiva del test T.A.T. (Thematic Apperception Test) è pubblicata da Murray nel 1943; l’ O.R.T. (Object Relations Technique) è stato ideato e messo a punto dalla Tavistock Clinic di Londra intorno agli anni ’50; il disegno della figura umana è un test ideato da Machover nel 1949. Tutti questi sono esempi di test comunemente utilizzati allo scopo di ottenere una diagnosi della personalità.

2 M. Klein, L’importanza della formazione, cit., p. 249.

3 Ivi, p. 254.

4 H. Segal, Sogno, fantasia e arte, cit., p. 37.

5 Ivi, p. 38.

6 H. Segal, Sogno, fantasia e arte, cit., p. 42.

7 Cfr. Ivi, pp. 44-45.

8 M. Klein (1932), La psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze 1998, p. 57.

9 Ivi, p. 55.

 

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