Psicologia infantile: Hanna Segal, il mondo interno, un teatro privato e i suoi personaggi

Hanna Segal, nell’accurata descrizione del pensiero kleiniano contenuta nel testo Introduzione all’opera di Melanie Klein (1998), decide di iniziare le sue riflessioni a partire dal concetto di fantasia: il dettagliato approfondimento di questo tema nell’opera di Freud e della stessa Klein viene infatti considerato il presupposto indispensabile per affiancarsi all’intero pensiero dell’autrice senza il rischio di cadere in pericolosi fraintendimenti. Hanna Segal, in riferimento alla struttura mentale proposta da Freud in L’Io e l’Es (1922), in cui l’autore teorizza la cosiddetta seconda topica, una descrizione della personalità effettuata attraverso le tre istanze dell’Io, dell’Es e del Super-io, ricorda le obiezioni avanzate da alcuni psicologi a lui contemporanei che ritenevano (inadeguatamente) “antropomorfica” tale teorizzazione del mentale1. Segal, in merito a tali critiche, osserva quanto risultino «strane», visto che «la psicoanalisi si occupa di descrivere l’uomo»2. È infatti a partire da un maggiore approfondimento del concetto di fantasia inconscia, che si potrebbe ricavare un aiuto al fine di eliminare le obiezioni che originano dall’individuazione di un elemento antropomorfo, in concetti come il Super Io. Tale elemento della personalità origina, come spiega lo stesso Freud, dall’introiezione nel mondo interiore del bambino, delle figure genitoriali, che a loro volta sono alterate e distorte dalle proiezioni e da altri meccanismi difensivi. «Mentre l’Io è essenzialmente il rappresentante del mondo esterno, della realtà, il Super Io gli si erge contro come avvocato del mondo interiore, dell’Es. I conflitti fra l’Io e l’ideale – ora siamo pronti a questo – rispecchieranno, in ultima analisi, il contrasto fra reale e psichico, tra mondo esterno e mondo interiore»3; ad abitare ciò che Freud (e successivamente anche Klein) chiamerà il “mondo interiore”, Klein collocherà oggetti introiettati sui quali la persona dirige le proprie fantasie inconsce. Lo stesso Io è definito da Freud come frutto di «investimenti oggettuali abbandonati»4 che consistono in oggetti introiettati; il processo di introiezione è inoltre il meccanismo che condurrà, in un momento successivo, cioè al termine del complesso edipico, alla costituzione del Super Io. Le osservazioni e le successive teorizzazioni di Klein collocano invece l’attività delle funzioni dell’Io in una fase dello sviluppo più precoce, questo avviene attraverso l’analisi dei primissimi rapporti oggettuali proiettivi e introiettivi che dimostrano quanto lo sviluppo del bambino sia determinato dall’introiezione di oggetti parziali, come il seno materno e, solo successivamente, di oggetti interi, come la madre. Ciò che la Klein descrive come elementi costitutivi dello sviluppo e della personalità sono, precisamente, le fantasie elaborate su tali contenuti. Si tratta, quindi, di una focalizzazione da parte dell’autrice sulla relazione che ogni individuo ha con tali elementi che si collocano nel suo mondo interno. Le fantasie inconsce che arrivano ad agire, e a loro volta sono provocate dalla costellazione di contenuti presenti nel personale scenario interiore del soggetto, hanno la caratteristica di essere «ubiquitarie e sempre attive»5. La loro relazione con il mondo esterno, la loro natura e la loro qualità andranno a definire la psicologia, il carattere della persona. La formazione di tali fantasie è un’espressione mentale degli istinti mediata dall’Io, indotto dall’angoscia e dalle pulsioni, sin dalla nascita, a produrre relazioni oggettuali primitive6. Klein individua quindi nel primissimo periodo di vita dell’Io funzioni fondamentali7. In merito a questo tema l’autrice si distanzia considerevolmente da Freud il quale non pensava che l’Io fosse presente ed eseguisse le sue funzioni già a partire dalla nascita: egli era infatti certo di poter collocare unicamente a livello somatico, le attività che Klein attribuisce alla precoce attività dell’Io. «La minaccia di annientamento dall’interno»8 risulta essere per la Klein l’angoscia primaria, ed è questo l’elemento che giunge ad attivare le funzioni dell’Io (guidato dall’istinto di vita), il quale dirotta tali contenuti minacciosi verso il mondo esterno. Si tratta quindi di una precocissima difesa attivata contro l’istinto di morte9. Per tornare al ruolo della fantasia, sempre Hanna Segal sottolinea quanto esso sia complesso nelle sue costanti interazioni con la realtà esterna, è possibile dire a riguardo che i contenuti delle fantasie inconsce del bambino, a partire dal momento della nascita, siano influenzati dall’ambiente che lo circonda e che, in un’articolata interazione, lo stesso mondo esterno al neonato sia profondamente condizionato dai contenuti interni al bambino. Viene qui alla luce il nucleo dell’intera opera kleiniana, cioè la relazione. Le fantasie inconsce non rappresentano quindi uno scenario isolato, abitato da pulsioni connotate da aggressività orale, processi introiettivi e proiettivi, identificazioni, desiderio di amore e di gratificazione. Costituiscono invece, la multiforme rappresentazione di uno scenario relazionale, e narrano la relazione con esso ad ampie pennellate piuttosto che con il tracciato di una sottile linea di demarcazione. Gli effetti dell’ambiente sullo sviluppo del bambino sono quindi indubbi, tuttavia, un contesto familiare estremamente supportivo, rispondente ad accogliere i bisogni del bambino e capace di interpretare le fantasie inconsce del neonato, non è sufficiente a lenire l’angoscia primitiva, tanto meno le fantasie aggressive e persecutorie del bambino10. Si tratta, infatti, di elementi connaturati allo sviluppo che consentiranno il crearsi di un Io, mano a mano più abile a gestire i persecutori interni e, di pari passo, in grado di relazionarsi al mondo esterno in modo via via più competente. Attraverso la sperimentazione da parte del bambino degli effetti delle proprie fantasie inconsce e per mezzo di un’integrazione dell’Io gradualmente sempre più efficace a gestire la relazione con il mondo esterno, la madre progressivamente giungerà ad essere il primo oggetto introiettato che ama e protegge il Sé, una sorgente fondamentale di forza interiore11.

Risulta, in proposito, interessante l’analisi descritta da Gianna Polacco Williams, del caso di una ragazza di quattordici anni di nome Louise. L’autrice (e sua terapeuta) la descrive come «spenta e distaccata»12, atteggiamenti questi che necessariamente compromettono in modo severo la sua sfera relazionale, mentre negli studi ha un buon rendimento e all’inizio del trattamento non erano note esperienze traumatiche nell’infanzia della ragazza. Col procedere dell’analisi, Gianna Polacco Williams, osserva ed evidenzia situazioni di apparente contatto che, improvvisamente, si trasformano in un rigido distacco che comporta una brusca perdita di vicinanza e dialogo, tali elementi sono accompagnati da rapidi cali dell’attenzione. L’elemento di notevole interesse, in merito a questo caso clinico, è la percezione iniziale (successivamente comprovata) da parte della terapeuta, del fatto che l’atteggiamento della paziente avesse un «obiettivo inconscio». Il bisogno inconsapevole di Louise di far provare alla terapeuta «i sentimenti evocati dalle sue improvvise sparizioni» è un elemento che arriva infatti a portare a una svolta il procedere del trattamento psicoanalitico. Questo fenomeno risulta probabilmente essere l’identificazione proiettiva, difesa messa in atto dalla giovane paziente, che arriverà a portare luce sul mondo interno della ragazza. Col procedere degli incontri, e grazie alle abili capacità immaginative di Louise, emerge frequentemente un’immagine che potremmo definire una fantasia della paziente, e che porta con sé caratteristiche di angoscia, incertezza e inaffidabilità: il gatto di Alice nel Paese delle meraviglie. Il bisogno inconscio di Louise di far sentire alla terapeuta la propria incertezza, esperita e manifestata nei momenti di improvviso distacco, dimostra di essere una proiezione – rappresentata nella dimensione emozionale – delle assenze che abitano un mondo interno scarno, deprivato, inadatto a fronteggiare le angosce, a percepire e tollerare il dolore. Tali elementi si dimostrano, quanto meno nel setting terapeutico, come una forma di comunicazione potente e travolgente, un’azione, da considerarsi del tutto alternativa al dialogo e alla narrazione. Ciò che tuttavia emerge con forza, dalla breve descrizione di questo caso clinico, è l’assenza di oggetti rassicuranti, stabili, sicuri e saldi nello scenario interiore di Louise. È verosimile considerare questa descrizione come il modello diametralmente opposto a casi clinici nei quali sia invece possibile rilevare la presenza di oggetti interni connotati da qualità più solide e definite; fatto tuttavia non sufficiente a trasmettere sicurezza e gratitudine.

In merito a questi elementi Hanna Segal descrive l’efficace sogno presentatole da un suo paziente adulto:

Il paziente, che era un ufficiale di marina, sognò di una piramide. Alla base di questa piramide c’era una folla di rudi marinai, che reggevano con le loro teste un pesante libro d’oro. Su questo libro stava in piedi un ufficiale navale dello stesso suo grado, e sulle sue spalle c’era un ammiraglio. L’ammiraglio, egli disse, sembrava esercitare a suo modo, dall’alto, una pressione tanto grande, ed essere così imponente, quanto l’intera folla dei marinai che formava la base della piramide e che spingeva su dal basso13.

Ciò che si verifica in seguito all’esposizione da parte del paziente di questo sogno, ricco di elementi simbolici particolarmente potenti ed evocativi, è il riconoscimento dei contenuti onirici come rappresentazioni del suo mondo interno, efficacemente messo in luce con la percezione di sentirsi «schiacciato tra la pressione dei miei istinti e ciò che voglio fare, e le proibizioni che mi vengono dalla mia coscienza»14. Le successive associazioni, permettendo di identificare l’ammiraglio nella figura del padre, consentono inoltre di far emergere la profonda corrispondenza esistente tra la fantasia e la realtà esterna. Ciò che Segal evidenzia è la chiarissima rappresentazione nel sogno – animato dalla descrizione di un evento che sembra essere un’antica pratica rituale – della struttura di personalità del paziente. L’elemento simbolico è infatti arricchito dall’intensa immagine di movimento e sforzo, tratti chiaramente attribuibili al peso dell’azione dell’Es e del Super-Io sull’Io. Questa descrizione rende più chiara l’interrelazione esistente tra le fantasie e il mondo interiore di un individuo: le prime sono, infatti, lo strumento espressivo del secondo.

1 «Del concetto di Io, Peterfreund (1971) rileva il suo costituire, nel moltiplicarsi delle funzioni che gli venivano attribuite, il massimo dell’antropomorfismo, non nel senso di un utile espediente descrittivo, ma come il massimo livello esplicativo cui può giungere la teoria psicoanalitica». G. Fossi (2003), Una proposta evoluzionista per la psicoanalisi, Franco Angeli, Milano, p. 50.

2 H. Segal, Introduzione all’opera, cit., p. 15.

3 S. Freud (1923), L’Io e l’Es, in OSF, vol. IX , Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 498.

4 Ivi, p. 493.

5 H. Segal, Introduzione all’opera, cit., p. 15.

6 Ivi, p. 17.

7 M.Klein (1957), Invidia e gratitudine, Martinelli, Firenze 1969, p. 35.

8 Ibidem.

9 Ivi, p. 36.

10 H. Segal, Introduzione all’opera, cit., p. 19.

11 M. Klein, Invidia e gratitudine, cit., p. 31.

12 G. Polacco Williams (1997), Paesaggi interni e corpi estranei, Bruno Mondatori, Milano 1999, p. 7.

13 H. Segal, Introduzione all’opera, cit., p. 26.

14 Ibidem.

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