Psicoterapia sistemico-relazionale: l’uso del sogno

Psicoterapia sistemico-relazionale: l’uso del sogno, il contributo di L. Colangelo

Quale valore è possibile attribuire all’esperienza del sogno nella terapia individuale sistemica?

In un suo articolo del 2011, Laura Colangelo suggerisce “di considerare il racconto del sogno come un brano della conversazione terapeutica”, riportando in questo modo la narrazione dell’esperienza onirica alla teoria della relazione terapeutica. Le funzioni assunte dal racconto del sogno dipenderanno in questo modo dal momento e dalla fase della terapia in corso (consultazione, inizio, conclusione, ecc.).

Per la Colangelo il sogno gode di un duplice statuto: vissuto come esperienza a pieno titolo in flagranza, assume solo al risveglio uno “statuto attenuato di realtà”, per via della scoperta della cornice reale al di fuori dell’esperienza onirica.

Il sogno fornisce metafore che creano connessioni

L’ipotesi è che grazie a questa doppia appartenenza – all’immediatezza dell’esperienza e alla sfera della rappresentazione di sé – i sogni forniscano delle metafore particolarmente significative per connettere in nuove narrazioni le storie che compongono il sé.

Il racconto di un sogno potrebbe essere inteso come un ponte tra “storie vissute” e “le storie narrate” (Ugazio, 1998 e Colangelo, 2011).

Una forma di creatore di coerenza

Il sogno, anche prima di essere raccontato, è inserito in quel repertorio implicito di immagini e conoscenze su cui ognuno di noi fonda la percezione della propria identità. Quando la narrazione si svolge entro la conversazione terapeutica, il racconto si colloca tra paesaggio inedito e paesaggio “canonizzato” di storie già formulate del sé. Il sogno però è da sempre esperito, compreso, narrato nel complesso della propria auto-rappresentazione. Partecipa dunque a pieno titolo di quella ricerca di coerenza che costituisce il sé e che viene costantemente rimodellata grazie a strutture narrative.

Affinità con i modelli psicoanalitici

Alcuni modelli psicoanalitici sull’interpretazione dei sogni presentano possibili punti di contatto con una ipotesi sistemica dell’uso dei sogni in terapia, in particolare la posizione del gruppo di Atwood, Stolorow, Brandchaft e Fosshage. Nel loro studio pubblicato nel 1999 viene rigettata l’idea che dietro il sogno manifesto stia un significato recondito e più profondo, sottolineando invece l’opportunità di attenersi il più possibile nell’interpretazione alla fenomenologia del sogno.
La questione del presunto camuffamento viene dunque tralasciata a vantaggio della scoperta nelle immagini del sogno “di pregnanti punti nodali organizzativi di reazioni affettive o esperienze tematiche”.
Nel sogno avverrebbero dunque processi mentali complessi, paragonabili a quelli che caratterizzano la veglia, consentendo al soggetto di proseguire le operazioni di problem solving espletate durante il giorno.

La simbolizzazione serve all’organizzazione dell’esperienza

Se per Atwood e Stolorow, l’uso della simbolizzazione concreta nel sogno ottempera alla necessità di conservare l’organizzazione dell’esperienza, per Bruner (1990), identità e sé sono acquisiti ed elaborati tramite l’uso di storie.

Anche Casonato (1991) aveva insistito sull’importanza del sogno nel processo di “costruzione di un sapere di sé”.

La funzione riorganizzatrice del sogno

Secondo Laura Colangelo, grazie al rapporto terapeutico, il sogno verrà a configurarsi come metafora riorganizzatrice, svolgendo diverse funzioni:

  • comunicativa: usato cioè dal terapeuta per una ristrutturazione più plausibile e più pregnante a livello emotivo;

  • di feedback: i sogni possono essere indicatori dell’andamento della relazione terapeutica;

  • proattiva: il terapeuta può trarre dal sogno indicazioni su nuove direzioni di lavoro;

  • di periodizzazione: i sogni, in una dimensione di condivisione, possono servire per scandire i tempi del percorso terapeutico;

  • prospettica: i sogni possono essere usati per reificare nel presente possibilità che paiono irrealizzabili nella vita reale, in un processo che ricorda le “profezie che si auto-avverano”;

  • maieutica: che fa del sogno un veicolo di cambiamento, assimilandolo per esempio a un’esperienza falsificante (Cfr. Ugazio-Ferrario, 1991).

Il sogno: una struttura a livelli multipli

Il racconto di un sogno può essere analizzato usando il modello di Cronen, Johnson e Lannamann (1982).

Raccontando il sogno, livelli multipli di contesto, che non preesistono alla conversazione, vengono costruiti.

Il sognatore definisce infatti sé, l’interlocutore e la relazione, riferisce l’episodio attuale al rapporto terapeutico, alle polarità semantiche su cui costruisce il suo mondo, alla sua posizione relazionale e si confronta con i topoi sul sogno elaborati dalla sua cultura di origine. (Colangelo, 2011).

Il sé che racconta il sogno si pone come osservatore rispetto al sé che sogna, “ciascuno di essi è contemporaneamente il contesto in cui l’altro va inserito e il contenuto di cui l’altro è il contesto”, in accordo con la definizione di riflessività elaborata da Cronen, Johnson e Lannamann (1982). Nell’attività di interpretazione del materiale onirico, ciascuno dei livelli coinvolti dal circuito riflessivo verrà vissuto dal soggetto come contesto dell’altro e questa ambiguità originaria potrà orientare la conversazione terapeutica verso prospettive nuove e imprevedibili rispetto a quelle già esplorate, promuovendo nuove connessioni tra le altre storie contenute nella narrazione del sé.

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