Psicologia infantile: dall’identificazione proiettiva alla conquista dell’oggetto reale

Melanie Klein: un contributo di inestimabile valore

All’interno della psicologia infantile, nella vastissima produzione di Melanie Klein, L’importanza della formazione dei simboli nello sviluppo dell’Io, uno scritto del 1930, contiene la descrizione di un caso clinico, quello del piccolo Dick (un bambino di quattro anni che non parlava, non giocava e non dava apparenti segni di angoscia). Hanna Segal individua questo lavoro come la prima occasione nella quale l’autrice descrive qualcosa di estremamente simile al fenomeno dell’identificazione proiettiva, concetto teorico che la stessa Klein, solo in anni successivi, arriverà a definire1.

Il blocco nel processo di formazione dei simboli: fondamentale passaggio in psicologia infantile

Ciò che caratterizza le diverse manifestazioni dell’arresto nel percorso di sviluppo di questo piccolo paziente, è un blocco nel processo di formazione dei simboli2. La mancanza di sviluppo, nel mondo interno di Dick, era stata determinata da un’assoluta incapacità di tollerare l’angoscia; a tale osservazione Klein giunge dopo aver osservato l’espressione di una genitalità estremamente precoce nel bambino, elemento che aveva condotto a «un’identificazione prematura ed eccessiva con l’oggetto aggredito e concorso all’istituirsi di difese altrettanto premature contro il sadismo»3

Fantasia e rapporto con la realtà

Si nota quanto lo sviluppo della vita fantastica e lo stabilirsi di un rapporto con la realtà vadano di pari passo. È infatti proprio nel distacco con la realtà, rilevato in tale caso clinico, che emerge un’affettività appiattita, se non addirittura l’assenza di una vita emozionale, anche primitiva. Il motivo per il quale Dick sembra del tutto isolato dal mondo esterno, è l’assenza dell’attribuzione di significati simbolici ad esso, la conseguenza della mancanza di tale processo non può che essere osservata nella dolorosa forma di isolamento relazionale in cui si trova a vivere il bambino.

Il rapporto tra simbolizzazione e angoscia

La potente angoscia che sovrasta Dick non è minimamente controbilanciata dall’equipaggiamento di strumenti difensivi necessari a gestirla. Ciò che si evidenzia infatti, come elemento di evidente gravità, data l’assenza di simbolizzazione, è la sua incapacità di riuscire a attribuire un significato all’angoscia che sperimenta. Questa descrizione permette di introdurre il concetto di identificazione proiettiva, il quale consiste in un processo che ha la funzione di proiettare parti del Sé e degli oggetti interni nel seno e nella madre, tali elementi (oggetti parziali) nel corso del processo proiettivo rimangono sostanzialmente immutati e, quando in seguito vengono re introiettati, possono nuovamente venire reintegrati nell’Io4. Quando invece l’angoscia risulta essere estremamente potente, il processo ha luogo in modo differente e l’identificazione proiettiva assume caratteristiche patologiche.

La frantumazione dell’oggetto proiettato

Ciò che caratterizza l’elemento proiettato è la sua condizione di estrema frantumazione: la parzialità che connota gli oggetti proiettati arriva quasi ad annientarsi in un processo simile alla polverizzazione in minuscoli frammenti, caratterizzati da una profonda disorganizzazione, che, a loro volta, hanno il potere di agire sull’oggetto, sgretolandolo. La finalità di questo processo è quella di difendersi e liberarsi attraverso l’espulsione da ogni percezione funzionale a provocare l’esperienza della realtà esterna5. Tale meccanismo difensivo ha perciò la funzione di protezione dal caos frammentando il suo disordine, e ciò che Hanna Segal definisce «la distruzione dell’apparato percettivo» è la causa dei sintomi riscontrabili in Dick: «Il suo sguardo era fisso, distante, e l’espressione del volto mostrava una totale mancanza di interesse»6. Quindici anni più tardi rispetto al periodo dell’analisi condotta dalla Klein su Dick, l’autrice, nello scritto del 1945 dal titolo Complesso edipico e angosce primitive, descrive il caso clinico di Richard, un bambino di dieci anni che non riusciva a frequentare regolarmente la scuola. Egli era affetto da una grave fobia per gli altri bambini, le grandi preoccupazioni per la propria salute e il progressivo affievolimento degli interessi lo rendevano depresso, stato dell’umore nel quale si trovava per la gran parte del tempo. La maggiore analogia che emerge nella lettura dei due casi descritti dall’autrice è l’elemento di energico contrasto delle pulsioni aggressive sperimentate da entrambi i bambini7. Ma ciò che differenzia i due casi clinici è la potente angoscia sperimentata da Richard per le proprie pulsioni sadico-orali, elemento che in Dick, all’inizio della descrizione del caso, non emerge, in quanto l’accesso al suo mondo interno è bloccato per via dell’arresto dei processi di simbolizzazione, elementi che la Klein riuscirà a far emergere solo una volta ottenuta una diminuzione dell’angoscia.

Gioco e sviluppo dell’Io

È infatti a questo punto che, attraverso il gioco e le associazioni verbali, utilizzati come forme di rappresentazione che permettono all’attività analitica di far avanzare lo sviluppo dell’Io, si potrà ottenere un accesso ai contenuti prima irraggiungibili8. Il riferimento a queste due brevi descrizioni di casi clinici affrontati da Melanie Klein come terapeuta, ha permesso di accennare a concetti teorici estremamente complessi, che ora è necessario definire più accuratamente.

I meccanismi di difesa primitivi

Già alla nascita, secondo la Klein, è possibile rintracciare l’attività dell’Io, che opera unicamente attraverso meccanismi di difesa molto primitivi: la scissione, la proiezione e l’identificazione proiettiva, definita efficacemente e sinteticamente da Nancy Mc Williams come «la fusione di meccanismi proiettivi e introiettivi»9. Ciò che connota l’Io precoce di cui parla Klein, è la sua notevole disorganizzazione: è appunto questo il motivo per il quale gli unici modi ai quali potrà ricorrere per gestire la profonda angoscia che sperimenta, sono meccanismi di difesa così arcaici. Le angosce percepite dal bambino nella posizione schizoparanoide hanno origine dalla distruttività che a sua volta proviene dalla pulsione di morte, a questa si affianca, tuttavia, la pulsione di vita, ciò che gradualmente arriverà a generare «il prototipo di una relazione oggettuale amorevole»10.

Mondo interno e proiezioni

Gli elementi distruttivi, che abitano a partire da un periodo così precoce, il mondo interno del bambino, vengono proiettati nella madre o nel suo sostituto che si occupa dell’accudimento del bambino; tale difesa ha il potere di proteggere il bambino, ma genera anche la prima esperienza oggettuale ostile che egli sperimenterà. Il ruolo della scissione è quello di operare al fine di mantenere divisi l’oggetto cattivo (percepito tale per via delle massicce proiezioni distruttive che lo caratterizzano) e l’oggetto buono, la fonte unica di amore, frutto anch’esso delle proiezioni del bambino.

Il ruolo dell’identificazione proiettiva

L’identificazione proiettiva confonde parti di sé con parti dell’oggetto, questo processo è facilitato dal fatto che la scissione caratterizza sia l’oggetto che il sé, e in entrambi i casi ha il ruolo di tenere separate le parti buone dalle parti cattive. È proprio questa frammentazione, tipica della posizione schizoparanoide che, gradualmente, con l’entrata nella posizione depressiva, andrà riducendosi11. Steiner individua come tratto fondamentale dello sviluppo e del passaggio dalla posizione schizoparanoide alla posizione depressiva, proprio la crescente integrazione, che ha effetti sia sulla globalità dell’Io, sia nella relazione con la madre. La conquista più rilevante della posizione depressiva è il riconoscimento da parte del bambino della madre come oggetto intero, tale progresso evolutivo si ha anche nell’individuazione del fatto che l’odio e l’amore che egli sperimenta abbiano origine nello stesso oggetto, del quale ora viene osservata l’ambivalenza nella sua integrità, e non più la frammentazione in una parte buona e in una cattiva. La preoccupazione tipica della fase precedente, connotata dal timore di essere perseguitato dagli oggetti cattivi con le conseguenti manifestazioni paranoidi, viene ora sostituita da quella relativa all’oggetto da cui si dipende. È a questo punto che i sentimenti di perdita e colpa verranno gestiti dalle potenzialità riparative di un Io che prosegue il suo sviluppo con maggiore stabilità e costanza.

Costruzione dell’Io e difese

Al fine di esaminare il processo di graduale costruzione dell’Io, è utile proseguire analizzando la costellazione di difese utilizzate dal bambino nella sua relazione con la madre e con l’ambiente circostante. L’identificazione ha un ruolo di cruciale importanza nella fase depressiva, ma soprattutto risulta interessante, analizzando più dettagliatamente tale periodo dello sviluppo del bambino, descrivere gli effetti del ricorso a tale strumento difensivo. Come si è visto in precedenza, nella posizione schizoparanoide, l’Io del bambino fa unicamente ricorso a difese che, anche nell’adulto, sono da considerarsi primitive; nella fase depressiva si verifica invece un massiccio uso dell’identificazione, che progressivamente, attraverso lo sviluppo dell’Io, servirà a fornire al bambino la forza necessaria a «difendere se stesso e il suo oggetto ideale»12. A partire dal momento in cui il bambino si percepisce maggiormente in grado di gestire le proprie angosce, egli sarà anche meno terrorizzato da esse, a questo fatto consegue necessariamente, nello sviluppo non patologico, un minore ricorso all’identificazione proiettiva, unica fonte di riparo insieme alla proiezione e alla scissione, nella posizione schizoparanoide. Ritorna nuovamente utile fare ricorso al pensiero di John Steiner e alle sue considerazioni riguardanti lo sviluppo evolutivo del neonato, che egli considera principalmente determinato da progressivi livelli di integrazione13.

Il continuum verso l’identità

È infatti accettabile individuare un continuum ai cui poli è possibile collocare la frammentazione dell’Io e l’identità (l’Io in costruzione), come utile rappresentazione del processo di sviluppo evolutivo del bambino verso una dimensione più autonoma. Lo stesso autore, riferendosi alla concettualizzazione proposta da Bion riguardante l’equilibrio reciproco tra le due posizioni, evidenzia la possibilità di tradurre in schemi esemplificativi sia il ricorso del bambino ai meccanismi di difesa sia gli stati mentali che sperimenta e che sono causati dagli oggetti interiorizzati. È utile, trattando il processo di costruzione dell’Io, fare riferimento alle qualità dei processi che lo determinano, nell’approfondita analisi teorica di Bion, in particolare, emerge una descrizione che tratteggia la dimensione fluttuante di tale obiettivo dello sviluppo evolutivo.

La formulazione Ps D suggerisce inoltre un concetto specifico del pensiero di Bion, ovvero il fatto che, nello sviluppo, ogni movimento in avanti comporta, a livello interno, uno scombussolamento e un’angoscia che mettono momentaneamente la personalità in confusione, la riportano, cioè, a uno stato mentale più caotico. L’agitazione suscitata dal cambiamento interno è intrinseca alla crescita emotiva: per questo la freccia del diagramma è bidirezionale. Questa schematizzazione suggerisce anche un’oscillazione costante, momento per momento, fra stati mentali temporanei differenti14.

Questa descrizione del funzionamento mentale mette in rilievo aspetti dinamici, che sembrano, nel pensiero di Bion, venire organizzati da una spinta all’accomodamento inteso come una sorta di equilibrio tra parti in contrasto.

L’identificazione graduale con l’oggetto ideale, sommata al progredire dello sviluppo dell’Io immaturo verso mete sempre nuove che corrispondono anche alla progressiva esplorazione dell’ambiente, il minore ricorso alla proiezione e il maggiore uso dell’introiezione, contribuiscono a creare una diversa percezione dell’oggetto d’amore. Ciò che si verifica nel frattempo, sempre facendo riferimento alle teorizzazioni kleiniane, è la formazione delle radici del Super Io, determinata proprio da questa maggiore stabilità e coerenza del materiale introiettato, che contribuisce a innescare meccanismi simili a una progressiva aggregazione, affine alle trasformazioni chimiche che avvengono in natura.

La stabilizzazione della relazione con l’oggetto primario

La relazione con l’oggetto primario, a questo punto, è definita più stabilmente: non è più suscettibile dei veloci mutamenti tipici dei meccanismi di accomodamento che risultavano essere la principale qualità del passaggio dalla posizione schizoparanoide a quella depressiva. Le molecole si stanno addensando, e, soprattutto, hanno il potere di essere nutrimento, gratificazione, sostegno, in qualità dei loro attributi di stabilità. L’amore è ora più tutelato che aggredito. L’ambivalenza sta gradualmente scomparendo, riparazione e recupero sono le nuove spinte che sostengono l’attività dell’Io15. A caratterizzare la posizione depressiva è comunque il fatto che essa non sia mai completamente elaborata, ogni situazione di ambivalenza, perdita e colpa, ha il potere di riattivarla, ma creatività, fantasia e ricerca di soluzioni originali, sono elementi della personalità comunque raggiunti attraverso di essa16.

1 H. Segal (1991), Sogno fantasia e arte, Raffaello Cortina, Milano 1991, p. 40. Il concetto d’identificazione proiettiva appare infatti per la prima volta nell’opera di M. Klein nel 1946, nello scritto Note su alcuni meccanismi schizoidi.

2 M. Klein (1930), L’importanza dei simboli nella formazione dell’Io, in M. Klein, Scritti 1921-1958, Bollati Boringhieri, Torino 1978, p. 254.

3 Ivi, p. 254.

4 H. Segal, Introduzione all’opera, cit., p. 71.

5 Cfr. Ivi, p. 71.

6 Cfr. M. Klein, L’importanza dei simboli, cit., p. 252.

7 Cfr. Ivi, pp. 249-264; M. Klein (1945), Complesso edipico e angosce primitive, in M. Klein, Scritti 1921-1958, Bollati Boringhieri, Torino 1978, pp. 362-372.

8 M. Klein, L’importanza dei simboli, cit., p. 255.

9 N. McWilliams (1994), La diagnosi psicoanalitica: struttura della personalità e processo clinico, Astrolabio Ubaldini, Roma 1999, p. 131.

10 J. Steiner (1993), I rifugi della mente, Bollati Boringheri, Torino 1996, p. 46.

11 Cfr. J. Steiner, op. cit., pp. 47-48.

12 H. Segal, Introduzione all’opera, cit., p. 87.

13 Cfr. J. Steiner, op. cit., p. 46.

14 M. Waddel (1998), Mondi interni. Psicoanalisi e sviluppo della personalità, Bruno Mondadori, Milano 2000, p. 8.

15 H. Segal, Introduzione all’opera, cit., p. 99.

16 Ivi, p. 105.

 

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