Psicologia infantile: dalla funzione alfa rovesciata alla funzione omega: il concetto di ricettacolo di G. Polacco Williams

 

L’innovativo concetto di “ricettacolo di proiezioni” viene proposto da Gianna Polacco Williams come un’astrazione teorica funzionale a descrivere un fenomeno osservato dalla stessa autrice nei numerosi casi clinici presi in esame e trattati nel corso della sua lunga esperienza di terapeuta, presso la clinica Tavistock di Londra.

 

Psicologia infantile: dai concetti di contenitore e contenuto (Bion) a quelli di ricettacolo e corpo estraneo

 

Il riferimento della studiosa nell’esporre i meccanismi sottostanti a tale fenomeno è a Bion e alla teoria precedentemente esposta riguardante la relazione contenitore/contenuto. Nei casi in cui sia osservabile un capovolgimento di tale relazione «i bambini si trovano al punto ricevente delle proiezioni»; l’autrice evidenzia quanto «i termini “contenitore” e “contenuto” non debbano essere semplicemente rovesciati: il termine “contenitore” va sostituito con il termine “ricettacolo” e “contenuto” con “corpo estraneo”»1. Quanto indica Rustin, in merito alla tradizione psicoanalitica britannica degli anni ’90, cioè la sua spiccata tendenza a utilizzare concetti teorici in riferimento a ciò che accade nel corso dell’esperienza analitica2, risulta particolarmente calzante nell’analizzare il concetto di ricettacolo, presentato dall’autrice. Sempre Rustin, parlando della «risonanza emotiva delle concezioni teoriche»3, fa riferimento agli stati mentali che sperimenta l’analista attraverso il controtransfert e le proiezioni dei pazienti durante le sedute; risulta chiaro quanto il meccanismo dell’identificazione proiettiva possa arrivare ad agire in terapia attraverso modalità analoghe a quelle verificatesi nella prima infanzia del paziente, quando cioè parti del sé vengono proiettate nella madre o nella principale figura di accudimento. Il riproporsi di meccanismi proiettivi che in questo caso hanno l’analista come contenitore, e i sintomi riscontrabili in una particolare categoria di pazienti che l’autrice definisce affetti dalla “sindrome del vietato accesso”, sono i dati e le osservazioni che le consentiranno di fornire una spiegazione alle dinamiche intercorrenti tra gli elementi percepiti come persecutori (i corpi estranei), e ciò che Bion definisce “il terrore senza nome”. Quest’ultima è infatti la definizione «più appropriata», secondo la stessa Polacco Williams, per indicare «l’esperienza del bambino che viene usato come ricettacolo di proiezioni dal suo oggetto parentale»4.

 

L’uso del bambino come ricettacolo di proiezioni delle angosce di un genitore, non metabolizzate/digerite

 

In riferimento alla teoria bioniana della funziona alfa – il processo di trasformazione delle proiezioni del bambino ad opera della madre, la quale agisce al fine di restituirle al figlio trasformate e “disciplinate”, rese quindi gestibili in quanto non più portatrici di angoscia – il processo di simbolizzazione, attraverso la graduale interiorizzazione di tale funzione da parte del bambino, rappresenta il riuscito esito di tale procedimento. A questo proposito va fatta una riflessione in merito alla distorsione del rapporto tra contenitore e contenuto, quando cioè il ribaltamento del meccanismo innesca l’uso del bambino «come ricettacolo di proiezioni delle angosce di un genitore, angosce che il genitore non ha metabolizzato/digerito»5. Il valore del concetto proposto da Gianna Polacco Williams non va quindi unicamente individuato nei contenuti di tali proiezioni – che risultano per il bambino comunque “indigeribili”, seguendo l’analogia con la funzione digestiva cui fa riferimento Bion nello spiegare il ruolo della funzione alfa – bensì nello sviluppo deviante del processo: è il rovesciamento dei ruoli ciò che giunge a determinarne la disfunzionalità.

Il termine “ricettacolo” significa «luogo o oggetto in cui si raccoglie o si annida qualcosa […] parte ingrossata dell’asse fiorale su cui sono inseriti sepali, petali, stami, pistilli»6.

Le angosce non digerite dai genitori: un caso clinico

 

Il soggetto destinatario delle proiezioni, si trova a dover accogliere le angosce mai gestite e mai potute “digerire” dai genitori, queste arrivano ad annidarsi senza la possibilità che il destinatario di tali contenuti possa adeguatamente contenerle, proprio perché non possiede i mezzi per governarle, dal momento che la richiesta che gli viene posta è smisuratamente inadeguata rispetto alle possibilità effettive. È questo l’elemento che va a sommarsi alla disfunzionalità insita nel ribaltamento della funzione contenitore/contenuto. Il riferimento a uno dei casi esposti dalla Polacco Williams nel testo Paesaggi interni e corpi estranei (1997), è utile a chiarire meglio il concetto. Si tratta delle osservazioni cliniche relative a Natasha, una ragazza che nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria inizia a mostrare il pesante aggravamento di una condizione diagnosticata nella prima infanzia come handicap mentale, arrivando a mostrare sintomi psicotici preoccupanti.

Si sviluppò gradualmente un sistema delirante estremamente persecutorio. Natasha era terrorizzata che negli orifizi del suo corpo, perfino nei pori della sua pelle, potessero penetrare delle pulci. […] Per alcuni mesi riusciva a mangiare soltanto durante le sedute. […] Ripeteva continuamente una sorta di litania esorcizzante, piena di “andate via, andate via”, rivolta alle pulci che vedeva dovunque7.

L’autrice era costantemente in contatto con i colleghi della clinica che, separatamente, si occupavano dei genitori della ragazza, e osserva:

Ho ampio motivo di pensare che Natasha, quando era molto piccola, sia stata esposta a massicce proiezioni. La madre venne ricoverata per depressione puerperale dopo la sua nascita e il padre, che si occupava di Natasha durante il ricovero della madre e, spesso, anche dopo il suo ritorno a casa, aveva sofferto di sintomi meno evidenti. Egli aveva perso gran parte della famiglia nell’olocausto ed era ossessionato dal tema dei criminali di guerra. La fantasia di un suo possibile ruolo/funzione nella cattura dei suoi persecutori aveva alcuni aspetti deliranti8.

I gravi sintomi esposti dimostrano la difficoltà della ragazza ad elaborare i contenuti ricevuti nella prima infanzia e, simbolicamente, rappresentano il bisogno di liberarsi dalla profonda esperienza di angoscia che governa il suo mondo interno, trasformato in un ricettacolo di contenuti ingestibili e governato da un unico fine: proteggersi dai corpi estranei che, nei fenomeni allucinatori descritti, sono rappresentati dalle costanti invasioni di pulci.

La funzione omega: una funzione alternativa alla funzione alfa dotata di qualità opposte ad essa

Ciò che Gianna Polacco Williams definisce «l’ipotesi di una funzione omega», è descrivibile come l’introiezione di una funzione alternativa alla funzione alfa e dotata di qualità opposte ad essa: se la funzione individuata per la prima volta da Bion, ha infatti un potere organizzante sulle parti dei sé, il processo individuato dall’autrice ha invece un’azione di profonda disorganizzazione della personalità del soggetto destinatario delle massicce proiezioni di cui poco fa si è mostrato un esempio.

Facendo riferimento ai pattern di attaccamento proposti da Mary Ainsworth nel 1978 (sicuro, ansioso/resistente e evitante)9, in seguito alle analisi delle situazioni sperimentali ideate insieme ai suoi collaboratori e definite Strange Situation, risulta utile, in questo specifico caso, fare riferimento all’ipotesi più recentemente introdotta da Mary Main, la quale evidenzia la possibilità di osservare un quarto modello, quello relativo a un pattern di attaccamento disorganizzato/disorientato, considerato «il più insicuro in assoluto»10. Appare difficile poter considerare la funzione alfa e la funzione omega come collocabili in due distinte categorie: questa rappresenterebbe infatti una dicotomia ingiustificabile non solo alla luce della evidente complessità dell’argomento – cioè la dinamica contenitore/contenuto – “ricettacolo”/”corpo estraneo” – ma, soprattutto, non in linea con la gradualità dello sviluppo dell’Io, dell’evolversi di meccanismi di difesa meno primitivi e, se così si può dire, del contributo della trasmissione transgenerazionale dei potenti contenuti che Selma Fraiberg propone nel saggio I fantasmi nella stanza dei bambini. A questo proposito, credo che unicamente ricerche di tipo longitudinale possano riuscire a fornire una maggiore chiarezza su tali meccanismi. Tuttavia, immaginare funzione alfa e funzione omega come due poli di un continuum che descriva causa ed effetto dell’azione dei meccanismi difensivi, ritengo possa rappresentare una plausibile rappresentazione dell’articolazione della funzione.

1 G. Polacco Williams, op. cit., p. 3.

2 M. Rustin (1991), La società buona e il mondo interno, Borla, Roma 1994, p. 167.

3 Ibidem.

4 G. Polacco Williams, op. cit., p. 107.

5 G. Polacco Williams, op. cit., p. 106.

6 P. Stoppelli et al. (1993), Il grande dizionario Garzanti della lingua italiana, Garzanti, Torino, p. 1596.

7 G. Polacco Williams, op. cit., p. 90.

8 Ivi, p. 91.

9 R. Cassibba, L. D’Odorico, op. cit., p. 22.

10Ibidem.

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