Il linguaggio, le immagini e i simboli sono moltiplicatori di cambiamento

Boscolo e Bertrando (1996) si soffermano a lungo sulla funzione del linguaggio come processo terapeutico, ed è con il pensiero costruttivista e la cibernetica di secondo ordine che la sua rilevanza aumenta ulteriormente. Il linguaggio ha una funzione di primaria importanza terapeutica in quanto creatore, costruttore e generatore di senso, quindi di nuove differenze e categorie che possono essere utilizzate per leggere i significati della realtà che viviamo.

Il dilemma

Poter pensare a nuove categorie offre uno sguardo sul mondo più complesso, un’opportunità più adattiva rispetto ai rischi derivanti da ogni forma di polarizzazione. A questo proposito uno strumento linguistico che ha una funzione potente di trasformazione e costruzione di nuove distinzioni è il dilemma (White, 1992) che stabilisce la condizione per una doppia descrizione, “le due descrizioni, poste l’una accanto all’altra, permettono ai componenti della famiglia di fare nuove distinzioni”.

In nome della stabilità, pagano il prezzo della rigidità, vivendo, come devono fare tutti gli esseri umani, in una rete estremamente complessa di presupposti che si confermano reciprocamente…[…] Il cambiamento richiede vari tipi di distensione o contraddizione nel sistema di presupposti (Bateson, 1980).

L’obiettivo del terapeuta è quello di introdurre o offrire alla famiglia un nuovo codice, “che stabilisce contraddizioni e provoca una ‘distensione’ della rete di presupposti della famiglia” (White, 1992), agire in questo modo è più vantaggioso nell’azione terapeutica quando avviene in modo implicito, se il terapeuta cioè offre alla famiglia nuove distinzioni e se la famiglia è libera di selezionare elementi, possibilità che diventano nuove scoperte e quindi acquisizioni di nuove differenze per i suoi componenti. L’introduzione di questi nuovi codici White afferma possa avvenire sia implicitamente che esplicitamente, sta probabilmente all’intuito del terapeuta dosare in modo armonico le due modalità.

Anche per Bateson un sistema patologico è un sistema che ha perso la capacità di ricevere informazioni in quanto filtra e seleziona solo i messaggi coerenti con la sua organizzazione sintomatica. […] Il cambiamento, inteso come restituzione di senso, è considerato derivare dalla co-evoluzione di nuovi significati attraverso l’uso del linguaggio. (Telfener, 1992, in White, 1992).

Il linguaggio ha una funzione generativa

La funzione generativa del linguaggio e il suo potere di creare, diventano i protagonisti della terapia attraverso la conoscenza, l’organizzazione e la categorizzazione: costruire significati – caratteristica più evoluta della nostra specie – è un’attività partecipata, sociale, etica e quindi anche propria della relazione terapeutica.

Non si ritiene ci siano regole da scoprire bensì ipotesi da costruire, premesse da ipotizzare, punti di vista da far emergere, differenze da creare. Sia gli utenti che i terapeuti vengono considerati tra loro interconnessi nella costruzione di significati. Si richiede al terapeuta di essere un buon oratore e si parla di terapia come arte retorica e conversazionale. (Telfener, 1992, in White, 1992).

Tenere a mente sempre che la realtà emerge dal linguaggio ci permettere di non dimenticare mai quanto questo strumento sia potente: “cogliere parole, espressioni verbali e analogiche, metafore, ridondanze linguistiche per comprendere la realtà fatta dal cliente” diventa indispensabile per offrire come terapeuti nuove proposte, nuove immagini del mondo e questo può accadere grazie all’uso che il terapeuta fa del linguaggio (Boscolo, Bertrando, 1996).

La funzione della metafora

L’uso della metafora è stato oggetto di studio della retorica dall’epoca di Aristotele, lavorare sulla parola e sulla metafora è qualcosa che la terapia sistemica ha in comune con la retorica, se per certi verso il retore ha tesi da sostenere, il terapeuta sistemico si posiziona in uno spazio speculare: le ipotesi da formulare sono in questo caso molteplici e il loro processo di creazione deve essere continuo: è in questo modo usando la propria riflessione su ogni azione terapeutica che si potranno costruire insieme al cliente nuovi orizzonti da osservare, nuove e utili narrazioni da inventare per dare significati inediti alle relazioni, nuove immagini, nuove mappe e nuovi territori.

I merito allo specifico uso della metafora, Hannah Arendt, nel saggio La vita della mente scrive:

Ed è in questa sfera che per mezzo della metafora il linguaggio della mente fa ritorno al mondo della visibilità per illuminare ed approfondire ciò che non si può vedere ma può essere detto […] Concedendosi all’uso metaforico il linguaggio ci permette di pensare, cioè di avere commercio con il non-sensibile, proprio perché ci consente di portare oltre le nostre esperienze sensibili. Non vi sono due mondi, proprio perché la metafora li unisce. (Arendt, 1987)

Le parole chiave

Le metafore come le parole chiave di cui parla Luigi Boscolo hanno un elevato grado di polisemia, consentono quindi a chi le utilizza di evocare più significati, questa costruzione o proposta di alternative si connette al pensiero di White quando in Terapia come narrazione, suggerisce, introducendo nuovi codici alla famiglia, il fatto che sia la famiglia a “selezionare elementi dal caso”, fra la varietà di elementi offerti ad essa dal terapeuta, questo mette la famiglia in una posizione implicitamente attiva e creatrice, quindi anche artefice della propria condizione evolutiva. La polisemia ha potere di ridefinizione (“Quando ha deciso vostro figlio di entrare in sciopero?”), e la metafora, è uno strumento particolarmente potente del linguaggio proprio perché ha un ricco potere di connotazione (Boscolo, Bertrando, 2016), ed è proprio la molteplicità e la multiformità di rapporti tra significante e significato che fa in modo che il messaggio fornito dal terapeuta al cliente e veicolato dalla metafora abbia più potere.

Quando un messaggio ha referenti multipli, non è più un bit, ma è analogico, ovvero ha a che fare con le somiglianze di una cosa con l’altra. E’ un linguaggio in cui ogni messaggio si riferisce a un contesto di altri messaggi. […] La comunicazione analogica comprende le categorie “come se”; ogni messaggio è la cornice o riguarda altri messaggi. In questo stile di comunicazione sono compresi il gioco, il rituale e l’arte. […] L’uso di analogie o metafore è centrale nelle procedure di terapia. Diverse scuole di terapia hanno in comune un grande interesse per la comunicazione analogica. Il compito dell’analista è di applicare le proprie analogie (Haley, 1977, in Boscolo e Bertrando, 2016).

L’archetipo

Il concetto della multiformità della parola chiave e della metafora è tipico, per la psicologia del profondo dell’archetipo, che ha la caratteristica di essere ambivalente, doppio, paradossale, con funzione di agire sul piano conscio e inconscio, ma non è polarizzato: “in esso sì e no sono un’unica cosa”, (Hillman, 1999), lo stesso autore, citato da Umberta Telfener nella prefazione di Terapia come narrazione, in un saggio del 1983, Le storie che curano, scrive:

Conoscere le profondità della mente significa conoscere le sue immagini, leggere queste immagini, ascoltare le storie con un’attenzione poetica che colga in un singolo atto intuitivo le due nature degli eventi psichici, quella terapeutica e quella estetica. (Hillman, 1983).

Le conoscenze della moderna psicologia del profondo, che secondo l’insegnamento di C. J. Jung ammette l’esistenza di un patrimonio comune di forme originarie (archetipi), possono essere un utile strumento per la lettura del pensiero simbolico; d’altro canto, questa disciplina può trarre profitto anche dal multiforme materiale della forma della civiltà. Il ricco e vario patrimonio di simboli raccolto dall’archeologia, dalla paleontologia, dall’etnografia, dall’araldica, dall’etnologia, dalla scienza delle religioni e dalla mitologia può servire ad ampliare in modo sostanziale le nostre conoscenze sulle analogie e le differenze che esistono fra i diversi modi di pensiero. (Biedermann, 1991).

Il simbolo nasconde e rivela allo stesso tempo. (Goethe)

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